Un microchip ridà la speranza a chi non vede

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo divulgato sulla rivista Panorama.

NUOVE IMMAGINI IN VISTA

Un microchip impiantato nella retina, con risultati incoraggianti, ridà la speranza a chi non vede. Verrà sperimentato a Pisa.

DI CLAUDIA BOSELLI

Visione artificiale, microchip retinici, occhio bionico: termini che non hanno più nulla di fantascientifico. Dopo una fase di sperimentazione, infatti, il microchip retinico potrebbe essere disponibile fra poco anche in Italia. Accadrà a Pisa, presso l'unità operativa di chirurgia oftalmica dell'Azienda ospedaliera universitaria.

 

 


Il protocollo dei test è rigoroso: i 15 pazienti candidati devono essere maggiorenni, avere visto almeno fino ai 6 anni di età, non vedenti da entrambi gli occhi in seguito a una retinite pigmentosa. In questa malattia la retina, membrana fotosensibile che riveste la parte posteriore dell'occhio, non raccoglie più le immagini da inviare alla corteccia cerebrale, mentre il nervo ottico è sano: fattore indispensabile per procedere con l'impianto. I due modelli della sperimentazione italiana sono l'Argus 2, dell'americana Second sight medical products e l'Alpha, della tedesca Retina Implant. Non è stato ancora deciso quale partirà: se l'Argus 2 (oggetto di trattati con la società americana) oppure l'Alpha (in attesa dell'ok da parte del comitato etico).
"Nell'Argus 2 una minitelecamera montata su occhiali speciali capta le immagini e le trasmette wireless al microchip, inserito sulla zona centrale della retina; il chip le trasforma in impulsi elettrici inviati lungo il nervo ottico alla corteccia occipitale cerebrale, sede della visione (spiega Stanislao Rizzo, direttore della UO chirurgia oftalmica e responsabile della sperimentazione. Secondo uno studio internazionale su 32 persone, alcuni pazienti hanno avuto un recupero della "ambulatory vision": la capacità di muoversi in un ambiente conosciuto, riconoscere oggetti, vedere i contorni di figure, seguire una linea tracciata sul pavimento. In bianco e nero. "Per chi è abituato a vedere sembrerà poca cosa, ma per chi da anni vive nel buio è un grande risultato" dice Rizzo.
Nell'Alpha, invece, il chip è impiantato nell'occhio, sotto la retina, nella stessa posizione dei recettori, e non richiede telecamera esterna. Nello studio pilota, coordinato dall'università tedesca di Tubinga, e al quale ha partecipato l'équipe di Pisa con tre centri europei, 11 pazienti sono riusciti a distinguere le forme chiare da quelle scure e tre hanno riconosciuto oggetti su un tavolo. A questo punto, quali gli scenari futuri? "L'obiettivo è aumentare il numero degli elettrodi contenuti nel chip, per avere una definizione migliore, fino a riconoscere i volti" prevede Rizzo.
C'è un'altra novità: è allo studio, in casi di visione ridotta o assente di natura genetica o causata da malattie della retina, una lente a contatto capace di catturare la luce e ritrasmetterla a un microchip nel cervello. E' un dispositivo bionico made in Usa e in Italia lo stanno testando Duilio Siravodella Seconda università di Napoli e Sergio Scalinci Zaccaria, direttore del Centro per l'ipovisione all'Università di Bologna. "La lente, posta in un solo occhio, bypassa il bulbo oculare tramite un ricevitore wireless impiantato sulle vie ottiche e/o cerebrali, a livello occipitale esterno" precisa Scalinci. "I circuiti elettronici inseriti nella lente sono costituiti da un nanostrato di metallo, minuscolo come 1 millesimo del diametro di un capello, montato su uno strato flessibile per essere agilmente applicato all'interno dell'occhio.

 

microchip vista

 


Nei due centri italiani la lente ha evidenziato la capacità di recuperare diversi pixel, senza effetti collaterali o reazioni avverse. Il progetto sarà presto esteso all'uomo. I risultati attesi? "La possibilità di svolgere anche attività quali navigare nel web e visualizzare immagini al computer" conclude Scalinci.

 
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  • Il cross-linking nel cheratocono migliora l'acuità visiva e riduce la miopia e l'astigmatismo

     

    Br J Ophthalmol. 2013; 97 (4) :433-437.

     

    • 31 mag 2013

    Secondo un recente studio, il cross-linking corneale arresta la progressione del cheratocono per almeno 4 anni.

    I ricercatori hanno analizzato 30 pazienti con cheratocono lieve o moderato sottoposti, in un periodo variabile fra 4 e 6 anni prima, in un solo occhio, a cross-linking del collagene corneale con riboflavina e raggi UV-A. L'età media dei pazienti al tempo in cui si erano sottoposti al trattamento era di 26,3 anni; l'intervallo medio tra il cross-linking e la valutazione clinica è stato di 53,3 mesi.

    Nei casi esaminati, dopo 4-6 anni dall'intervento, il difetto refrattivo (la miopia e l'astigmatismo) e l'acuità visiva per lontano sono migliorati in maniera significativa; i valori topografici di curvatura corneale e gli altri indici correlati, che sono elevati in casi di cheratocono, sono risultati notevolmente diminuiti.

    Lo spessore corneale centrale, che nel cheratocono si riduce sensibilmente, è risultato aumentato dopo il trattamento di cross-linking.

    In nessun occhio trattato si è riscontrata una progressione del cheratocono e nessun soggetto esaminato ha perso più di un decimo di acuità visiva. Infine, valutando gli occhi non trattati dei 30 casi esaminati, si è notato che in 7 occhi si è avuta una progressione del cheratocono.



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